Opinioni controcorrente: il pasticcio dei tamponi e del test di ricerca anticorpale

Foto di Vesna Harni per Pixabay

IN ESCLUSIVA

L’analisi del Professor Alessandro Capucci

(Tempo di lettura: 04’:20”)

L’autore: Alessandro Capucci, originario di Faenza, bolognese d’adozione, professore ordinario di malattie cardiovascolari, per molti anni direttore della Clinica di Cardiologia dell’Ospedale Le Torrette di Ancona, un’eccellenza a livello nazionale e internazionale nel trattamento delle patologie cardiovascolari, dal 2008 al novembre 2019 direttore della Scuola di Specialità in Malattie Cardiovascolari presso l’Università Politecnica delle Marche. E’ stato inoltre uno degli otto membri in Europa del Working Group on Arhythmias della società Europea di Cardiologia, nonché vice presidente dell’associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, autore dello studio “Aritmie cardiache, cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, influenze del sistema neurovegetativo” e inoltre organizzatore di vari progetti internazionali e artefice di numerose pubblicazioni.

Già da settimane in ogni trasmissione televisiva si parla quasi sempre dell’importanza dei tamponi oro faringei per la diagnosi di patologia da Coronavirus e recentemente si è aggiunto anche il test ematico per la ricerca anticorpale.
Sia “esperti virologi”, che politici, che giornalisti non fanno altro che ripetere che dobbiamo essere tutti tracciabili e che la malattia si sconfigge grazie ad un uso estremamente allargato dei tamponi (ripetuti anche più volte nella stessa persona). Ci hanno detto inoltre che il costo di un singolo tampone può variare fra 25 e 45 euro. Se quindi estendiamo i tamponi a tutta la popolazione italiana, come si è sentito dire, e teniamo una media di 3 tamponi a testa, ad un costo medio di 30 euro, staremo investendo in questa politica sanitaria un miliardo e 200 milioni di euro circa.
E’ giunto pertanto il tempo di chiederci se questa strategia basata sull’impiego dei tamponi sia veramente utile per la cura della malattia, per la limitazione del contagio ed infine anche per accompagnare la così detta Fase 2.
– Oggi sappiamo che la situazione della mappa dei contagi è da tempo fuori controllo. Lo è stata fin dall’inizio per una scarsa allerta, non si sa se voluta o ignorata. Pertanto advocare all’impiego dei tamponi oggi la necessità di tracciare la malattia è assolutamente senza senso. Non è semplicemente più possibile.
– Si tenga conto inoltre del margine di errore abbastanza elevato consono a tali metodiche di tampone oro-faringeo, con dimostrati sia falsi positivi che falsi negativi. Quante sono giornalmente le esperienze di pazienti che fanno due tamponi a distanza di un giorno con esiti opposti e non sempre in una sola direzione.
– E’ presente un’elevata variabilità interindividuale di risposta, che può anche essere secondaria a precedenti contatti con Coronavirus, che non riflettono necessariamente una patologia in atto.
Essere positivo al tampone non vuol dire necessariamente sviluppare o avere sviluppato la malattia. Il tampone positivo ci indica la presenza di una certa quantità di virus in oro-faringe ma non ci dirà mai se svilupperemo poi la malattia e nemmeno ci dirà con certezza se essere positivi al tampone vuol dire necessariamente avere capacità infettante.
– Quando poi una persona abbia sviluppato la malattia da Coronavirus e sia in guarigione possiamo impiegare i tamponi per giudicare della perdita di capacità infettante o dell’avvenuta guarigione?
Anche in questo caso la risposta non è affermativa in quanto ci potrebbero essere ancora positività di tamponi per presenza di virus nell’ ambiente, dove vive quella persona, ma magari in percentuale non infettante al punto tale da favorire una malattia. Oppure al contrario il tampone potrebbe essere negativo e la persona essere ancora infettante.
– Vi sono dati cinesi che riportano come la valutazione finale, per giudicare l’eliminazione totale del virus dal soggetto prima ammalato e quindi la guarigione, dovrebbe essere fatta nelle feci e non mediante tampone oro faringeo.
– Non siamo inoltre tuttora in grado di valutare quale debba essere la carica virale infettante che si accompagna necessariamente allo sviluppo della malattia e comunque questo aspetto non è giudicabile attraverso la sola positività del tampone.
Risulta quindi molto chiaro come non sia produttivo, allo stato attuale, investire grandi risorse nei tamponi oro faringei né per arrivare ad una diagnosi di malattia, essendo sufficiente la clinica, né per tracciare la malattia (falsi positivi e negativi, numero esagerato di tamponi), né per giudicare della guarigione e della ripresa in sicurezza per se e per gli altri a malattia superata.
Ma allora perché non ricorrere ai test anticorpali di cui si sta tanto discutendo?
Anche per quanto riguarda l’importanza che può avere un’analisi del sangue che ci valuti la nostra reazione anticorpale, analisi che ha mosso l’entusiasmo di alcuni virologi e di alcuni dei nostri politici, vi sono molte perplessità sul suo effettivo valore.
– In primis si va a valutare una risposta non necessariamente specifica per il Coronavirus.
– La presenza di una reazione anticorpale inoltre, ammesso che sia secondaria al Coronavirus, è un indice generico di un possibile precedente contatto col virus ma non ci dà reali informazioni sulla capacità infettante del soggetto positivo e quindi non ha senso che sia introdotto come screening di massa per giudicare chi possa riassumere l’attività lavorativa o addirittura chi possa uscire o meno di casa. Poche sere fa in una ennesima comparsa televisiva il prof. Galli di Milano ci ha spiegato inoltre che questo test ha senso solo se associato al tampone.
Quindi il nuovo test del sangue per essere valido si appoggerebbe al precedente test (tampone) di cui abbiamo già riferito limiti e scarsa attendibilità. Mi pare una situazione di avvitamento senza speranza di soluzione ma in più accompagnata a costi molto elevati. Associando infatti i test anticorpali ai tamponi i costi sanitari lieviterebbero a diversi miliardi di euro, senza per di più arrivare ad alcun risultato probante.
La conclusione è che sia i tamponi oro faringei che i test anticorpali sono da riservarsi solo a scopo di studio, da eseguirsi pertanto in un’area geografica limitata, circoscritta e predefinita.
Non esiste alcuna base razionale e scientificamente provata che possa spingere ad impiegare tali test su larga scala sia per allargare lo screening della popolazione italiana, che per tracciare l’andamento della malattia, specie oggi ad epidemia totalmente fuori controllo; sia per affrontare la fase 2 a parziale protezione dei lavoratori.
Tali test infatti oltre ad essere costosi sono scarsamente affidabili e non evidenziano comunque la reale capacità infettante del singolo individuo.
La fase 2 va affrontata con altri presupposti e certezze che derivano da punti fermi ormai acquisiti sull’efficacia di terapie già esistenti e di provata sicurezza utili per impedire lo sviluppo della malattia conseguente all’infezione da Coronavirus.

Prof Alessandro Capucci
Ordinario di Malattie Cardiovascolari

profacapucci@gmai.com

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