COVID-19 : cosa non si è fatto e si può fare – L’analisi del Prof. Alessandro Capucci

Foto di Fernando Zhiminaicela per Pixabay

IN ESCLUSIVA

Migliaia di persone muoiono tutti i giorni a seguito dell’influenza da Coronavirus ma la strategia iniziale tracciata dalla Protezione Civile, in accordo con la tanto nominata commissione tecnico scientifica (di attendere senza terapia a casa fino alla possibile comparsa di severa dispnea) non viene nemmeno ancora posta in discussione. Questa strategia “wait and see” si è dimostrata in realtà fallimentare

L’autore: Alessandro Capucci, originario di Faenza, bolognese d’adozione, professore ordinario di Malattie Cardiovascolari, per molti anni direttore della clinica di Cardiologia dell’Ospedale Le Torrette di Ancona, un’eccellenza a livello nazionale e internazionale nel trattamento delle patologie cardiovascolari, dal 2008 al novembre 2019 direttore della Scuola di Specialità in Malattie Cardiovascolari presso l’Università Politecnica delle Marche. E’ stato inoltre uno degli otto membri in Europa del Working Group on Arhythmias della società Europea di Cardiologia, nonché vice presidente dell’associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, autore dello studio “Aritmie cardiache, cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, influenze del sistema neurovegetativo” e inoltre organizzatore di vari progetti internazionali e artefice di numerose pubblicazioni.

(Tempo di lettura: 04′:15″)

Un’attesa troppo lunga, senza trattare, è la causa principale dello sviluppo di reazioni infiammatorie molto importanti che questo virus notoriamente scatena attaccando le catene 1-Beta della emoglobina e che sono la causa principale delle polmoniti interstiziali e miocarditi, alla comparsa delle quali vi è bassa probabilità di sopravvivenza
Cosa si può fare allora?
La idrossoclorochina è un farmaco antimalarico, noto da tempo, che interferisce proprio con il meccanismo di attacco del virus alla emoglobina e un farmaco largamente utilizzato nel lupus eritematoso e artrite reumatoide. L’impiego di questa sostanza è la terapia di elezione attualmente con una qualche efficacia dimostrata sull’infezione da Coronavirus. La sua applicazione per potere essere efficace deve avvenire precocemente ai primi sintomi di ogni influenza si sviluppi in questo periodo e quindi a domicilio, senza alcun tampone (vi è anche un lavoro recente di gruppo Cinese di Wuhan – Zhaowei Chen). La terapia attualmente impiegata è associazione fra idrossiclorochina e azitromicina (antibiotico) che si sono dimostrati sicuri ed efficaci. Non sicura invece è l’associazione fra antivirali e idrossiclorochina.
E’ fondamentale che la terapia sia precoce con l’inizio dei sintomi influenzali e che questa, assieme al follow up (ndr. fase di controllo continuo o periodico e programmato), venga approntata e seguita dai medici di medicina generale (MMG) anche attraverso visite che sfruttino la tecnologia web cam in Internet, così da ridurre la possibile trasmissione del contagio (NEJM, April 3rd).
C’è una speranza di cura quindi ma come interviene l’ AIFA?
Il “Quotidianosanità.it“, magazine online di informazione sanitaria del 1 aprile ci annuncia che bisogna avere prudenza ad impiegare sia la clorochina che l’idrossiclorochina (Plaquenil) perché ci sono rischi di cardiotossicità.
Figurati come questo messaggio possa essere accolto dai MMG che dovrebbero a questo punto trattare i pazienti a casa loro.
Ma questo annuncio è opportuno? Esiste un rischio reale all’impiego del Plaquenil?
Andando a vedere in letteratura si evince che in primis l’idrossiclorochina è molto meglio tollerata della clorochina considerata di gran lunga più tossica (GRV Hughes, Lupus 2018, 27:1402-1403) e che quindi non sono due farmaci analoghi (messi invece assieme nei comunicati AIFA).
Se poi andiamo al Plaquenil vi è una recente meta analisi con valutazione di 86 articoli scientifici, di Clotilde Chatre et al (Drug saf 41(10), 919-931) che evidenzia come gli effetti avversi maggiormente considerati sul cuore dipendano dalla lunga durata del trattamento e dalla dose >di 400 mg/die. Nel caso della terapia del Coronavirus a domicilio si impiegherebbero dosi di max 400 mg per soli 7-10 gg e quindi al di fuori della tossicità riportata.
Ma rimane un’ultima problematica: l’effetto possibile sul QT (ndr. ripolarizzazione ventricolare) in acuto, cioè anche alle prime dosi. Anche in questo caso le notizie sono buone, in assenza di digitale (E. Cairoli et al Lupus 2015;24:1205-09) di amiodarone e di sotalolo, in quanto si è visto ridurre un poco la FC (ndr. frequenza cardiaca) ma non aumentare il QT significativamente. D’altro canto invece è stato dimostrato che il QT può aumentare enormemente per l’effetto della infiammazione portando alla morte improvvisa (PE Lazzerini et al Frontiers in cardiovascular Medecine, May 27,2015 (vol 2):art.26). Infiammazione che viene appunto contrastata dal Plaquenil.
L’AIFA, in merito al farmaco Avigan, è intervenuta temporalmente solo dopo che era uscito il video postato da un ragazzo su YouTube che ne ha rivelato l’esistenza al pubblico, poi si è precipitata a proporlo seppure a livello sperimentale. Ed ora pone dubbi e freni, non supportati da evidenze scientifiche, all’impiego dell’unico farmaco esistente in commercio il Plaquenil che potrebbe salvare tanti pazienti dalla progressione della malattia da COVID-19 che se non trattata – oppure trattata con la sola tachipirina – come ancora ci viene detto in più parti, porta inesorabilmente a respiratore e morte.

Non assumere questi farmaci senza controllo medico.

Prof. Alessandro Capucci 
Ordinario di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare
profacapucci@gmail.com

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