L’ ISS ci fornisce i numeri della pandemia in Italia. Il commento del prof. Alessandro Capucci

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

La parola all’esperto

L’autore: Alessandro Capucci, originario di Faenza, bolognese d’adozione, professore ordinario di malattie cardiovascolari, per molti anni direttore della Clinica di Cardiologia dell’Ospedale “Le Torrette” di Ancona, un’eccellenza a livello nazionale e internazionale nel trattamento delle patologie cardiovascolari, dal 2008 al novembre 2019 direttore della Scuola di Specialità in Malattie Cardiovascolari presso l’Università Politecnica delle Marche. È stato inoltre uno degli otto membri in Europa del “Working Group on Arhythmias” della “Società Europea di Cardiologia”, nonché vice presidente dell’associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, autore dello studio “Aritmie cardiache, cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, influenze del sistema neurovegetativo” e inoltre organizzatore di vari progetti internazionali e artefice di numerose pubblicazioni. Da sottolineare che il prof. Capucci, pur non essendo un ricercatore di base ma praticando solo ricerca clinica, quindi più difficile da essere citata, nel prestigioso database di ricerca scientifica internazionale «Scopus», risulta avere un h-index di 59 punti, con 410 documenti all’attivo

Ritengo sia doveroso un commento alla notizia di oggi apparsa sulle pagine web di TGcom24 (vedi), a riguardo dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che pubblica alcuni dati sulla elevata mortalità Italiana a seguito della pandemia da Coronavirus in cui risulta che su 85.418 persone classificate come decedute causa COVID, l’1,1% aveva meno di 50 anni e due vittime su tre presentavano patologie pregresse. Inoltre l’età media dei pazienti positivi al Sars-Cov 2 sarebbe di 81 anni e dei pazienti deceduti 83 anni; età media invece dei positivi con infezione 48 anni. Comune l’utilizzo nei pazienti ricoverati, di antibiotici (85.9%), verosimilmente per sovrainfezioni batteriche.
Questi scarni dati, elaborati dopo mesi di patologia, si espongono ad alcune considerazioni. La prima è che questa patologia in un anno circa, in Italia, che è la nazione con la più elevata mortalità al mondo, ha portato a tutt’oggi a una percentuale di mortalità nella popolazione del 0.14%. Andando poi a valutare la popolazione al di sotto dei 50 anni tale percentuale scende decisamente ancora al 0.0015%. I numeri inoltre vengono forniti in modo del tutto confuso a riguardo della distinzione, che sarebbe utile chiarire fra persone positive ai tamponi, asintomatiche; persone positive che hanno sviluppato la malattia; persone positive ricoverate in ospedale; persone positive ricoverate in reparti intensivi. Questi dati, semplici da controllare, non vengono invece forniti. Sarebbe stato inoltre molto utile conoscere quale era la terapia dei pazienti ricoverati in ospedale per malattia da COVID-19 in modo da capire se alcune sostanze assunte in cronico potessero essere protettive o al contrario favorenti lo sviluppo della malattia. Tutti dati assenti. Inoltre è difficile accettare che l’età media di alcuni gruppi possa essere 81 o 83 anni. Se guardiamo i dati dei report di diverse casistiche pubblicate, se è vero che molti pazienti sono anziani pur tuttavia l’età media difficilmente supera i 70 anni. Per avere 83 anni di età media, considerando che solo il 1.1% del totale aveva meno di 50 anni, occorrerebbero moltissimi ultracentenari, cosa del tutto impossibile. Questi dati pertanto non si dimostrano scientificamente accettabili.

Ci sarebbero molte altre considerazioni da porre ma fra tutte:
– E’ stato giusto mettere in casa una intera popolazione, con danni economici incalcolabili e difficilmente recuperabili, per contrastare una epidemia virale che al massimo ha portato, dopo un anno allo 0.14% di mortalità?
– E’ giusto proibire a persone al di sotto dei 50 anni di esercitare sport all’aperto anche se di contatto per prevenire una loro mortalità che potrebbe colpirli con una percentuale del 0.0015%?
– Considerando inoltre che, come riportato da diverse esperienze, tale mortalità sarebbe stata ulteriormente e di gran lunga riducibile con una strategia terapeutica domiciliare da instaurarsi ai primi sintomi è stato giusto, a fronte di questi dati, instaurare una vaccinazione su scala mondiale con sostanze non del tutto testate né per efficacia perdurante né per sicurezza nel tempo?
In conclusione i dati riportati dall’ISS sono ben lungi da giustificare tutti i sacrifici che ancora oggi vengono chiesti alla popolazione sia in termini di salute, che economici e anche politici.

Prof. Alessandro Capucci
Ordinario di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare – email: profacapucci@gmail.com

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