Covid-19: i commenti della dottoressa Paola Varese dopo l’ordinanza del Consiglio di Stato sull’utilizzo dell’Idrossiclorochina

La dottoressa Paola Varese, primario di oncologia dell’Ospedale Civile di Ovada (foto Web)

(Tempo di lettura: 03′:30″)

Provvedimento dell’organo di rilievo cosituzionale che consente finalmente di utilizzare l’idorossiclorochina (HCQ), un vecchio e sperimentato farmaco antimalarico, antireumatico e contro il lupus eritematoso sisitemico, per la cura precoce a casa del Coronavirus 

(Foto di Gerd Altmann per Pixabay)

La dottoressa Paola Varese, primario di oncologia dell’Ospedale Civile di Ovada, assieme al dott. Claudio Sasso, direttore del Distretto e al prof. Guido Chichino, primario di malattie infettive all’Ospedale di Alessandria, ha elaborato un protocollo chiamato “Covid a casa”, sperimentato in Piemonte nella zona di Acqui Terme e Ovada, basato sull’utilizzo dell’idrossiclorochina ottenendo brillanti risultati: nel periodo marzo-aprile su 340 pazienti Covid-19 solo 22 ricoverati in ospedale

 

di Paola Varese

L’ordinanza ottenuta in Consiglio di Stato è storica in quanto ribadisce l’importanza delle cure precoci a casa e del ruolo del medico sul Territorio nel giocare tutte le armi possibili, stante l’incertezza della malattia, per curare il COVID-19.
La relazione depositata in giudizio e presentata dagli avvocati Valentina Piraino e Erich Grimaldi, a nome di centocinquanta Medici di famiglia di tutta Italia, guidati dal dott. Andrea Mangiagalli di Milano, è stata scritta ufficialmente a sei mani (Capucci, Cavanna e Varese), ma abbiamo avuto il supporto di altri ricercatori universitari (anche all’estero), metodologi, persino un economista sanitario.
Non si può festeggiare però per una ordinanza, quando ci sono 62 mila morti di COVID, si deve piangere per non avere potuto salvare quel 24-30% di essi che si sarebbero potuti forse curare se ovunque in Italia i territori avessero provato o avessero potuto mettersi in gioco.
L’esperienza più emozionante è stata quando con il prof. Luigi Cavanna di Piacenza, mio amico oncologo, il prof. Alessandro Capucci di Bologna (già Direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Toracica dell’Università Politecnica delle Marche), il dott. Andrea Mangiagalli, MMG di Milano, abbiamo confrontato i dati di idrossiclorochina usata precocemente a casa in pazienti sintomatici… ed erano uguali!!!
I nostri dati hanno dimostrato che solo il 5-6% dei nostri pazienti sintomatici è stato ricoverato a fronte di oltre il 20% previsto dai Report ISS e abbiamo avuto ben poche morti rispetto a quanto capitava nel resto d’Italia.
Ora abbiamo un coordinamento nazionale di vari professionisti del Piemonte (tra cui il dott. Garavelli di Novara), Lombardia, Friuli, Emilia Romagna, Marche, Puglia, Calabria e Sicilia. Altri si stanno aggiungendo. Stiamo realizzando un database nazionale.
Da marzo mi sono letta 600 lavori su HCQ, passando intere serate e week end online e in conference call … e i miei “colleghi di avventura” pure.
In trentun anni (sono pure passata attraverso la “Terapia Di Bella“), partecipando alla sperimentazione Ministeriale nel 1999) ma mai sono stata così turbata (e i miei colleghi pure) dalla totale dissonanza tra ciò che vedevamo nella pratica clinica e ciò che veniva narrato da mezzi di stampa, AIFA e illustri colleghi universitari.
Tutti a riempirsi la bocca di “EBM” (medicina delle prove di efficacia, o medicina basata sulle evidenze, EBM o Evidence-based medicine, ndr.), alla richiesta di chiarimenti, ben pochi che avessero letto sul serio i lavori che citavano…
Già, perché gli stessi lavori citati da AIFA per giustificare la mancata autorizzazione all’uso dell’idrossiclorochina, erano o in prevenzione o su pazienti gravissimi ospedalizzati.
Ci siamo sentiti accusare di essere oscurantisti, populisti, medici alternativi. Un pensiero unico, talvolta acritico, un dibattito condotto sui social a volte fazioso.
Abbiamo provato in tutti i modi, ripetutamente e inutilmente, a essere ascoltati da AIFA che alla nostra richiesta di attivazione del “registro 648” (che permette un registro di tutta la casistica per un farmaco concesso in indicazioni diverse da quelle registrate) non ha mai risposto.
Siamo operatori del SSN che hanno dedicato la loro intera vita alla sanità pubblica, curando centinaia di pazienti, secondo le evidenze scientifiche e prestando massima attenzione alle indicazioni regolatorie.
Fino a COVID 19.
Per COVID-19 non ci sono cure definite e certe e tutti i farmaci, anche i più costosi, sono stati sconfessati. Perché rinunciare a una cura, a basso costo, di facile gestione, come dimostrato dalle esperienze sul campo, a fronte di nessuna alternativa?
Siamo solo all’inizio e un grande lavoro ci aspetta per riportare al centro del dibattito i valori fondanti della medicina, che è fatta di presa in carico globale dei problemi delle persone e di risposte efficaci e tempestive.

(EdP-mb)

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