Ospedali nuovamente congesti da pazienti COVID-19: colpa del virus o di una debole strategia?

Foto di Fernando Zhiminaicela per Pixabay

ESCLUSIVA

La parola all’esperto

(Tempo di lettura: 05′:00″)

L’autore: Alessandro Capucci, originario di Faenza, bolognese d’adozione, professore ordinario di malattie cardiovascolari, per molti anni direttore della Clinica di Cardiologia dell’Ospedale “Le Torrette” di Ancona, un’eccellenza a livello nazionale e internazionale nel trattamento delle patologie cardiovascolari, dal 2008 al novembre 2019 direttore della Scuola di Specialità in Malattie Cardiovascolari presso l’Università Politecnica delle Marche. È stato inoltre uno degli otto membri in Europa del “Working Group on Arhythmias” della “Società Europea di Cardiologia”, nonché vice presidente dell’associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, autore dello studio “Aritmie cardiache, cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, influenze del sistema neurovegetativo” e inoltre organizzatore di vari progetti internazionali e artefice di numerose pubblicazioni. Da sottolineare che il prof. Capucci, pur non essendo un ricercatore di base ma praticando solo ricerca clinica, quindi più difficile da essere citata, nel prestigioso database di ricerca scientifica internazionale «Scopus», risulta avere un h-index di 59 punti, con 410 documenti all’attivo

Siamo nel pieno della così detta “seconda ondata” e ogni giorno ci viene detto che gli ospedali sono soverchiati da pazienti ammalati di COVID-19. Nelle ultime settimane si sono fatti molti più tamponi giornalieri rispetto al passato e, ad un anno dalla diffusione del virus nella nostra nazione, è molto probabile che tante persone siano venute a contatto con il Covid pur non avendo sviluppato la malattia. Pertanto la maggior parte delle persone con tampone positivo non sono né ammalate né contagiante (bassa carica virale) e potrebbero continuare tranquillamente una vita normale, senza scontare inutili e controproducenti quarantene. Dal punto di vista mediatico però si è spinto inesorabilmente sul timore che questa malattia non sia curabile e porti inesorabilmente alla intubazione, alla segregazione e infine alla morte in solitudine nel letto di una Terapia Intensiva. Una costante della esistente informazione medica è che i decessi siano avvenuti fino a ora prevalentemente (tranne piccole eccezioni) in persone ultraottantenni e con preesistenti patologie quali diabete mellito, ipertensione arteriosa, insufficienza renale. Ma è giusto accontentarsi di ciò e abbandonare gli anziani al loro destino? E’ solo l’ospedalizzazione che può trattare i malati di COVID-19?  La risposta è negativa.
La terapia di questa malattia, una volta che attecchisca, esiste e consiste nell’impedire l’instaurarsi della tempesta di citochine e della sindrome da antifosfolipidi che è alla base della coagulazione intravascolare disseminata. Per potere essere efficaci bisogna impiegare le terapie già esistenti nel giusto” timing”.
Il cambio cruciale di passo è insito nella effettuazione di una diagnosi precoce di malattia (quindi terapia precoce), senza attendere l’evoluzione verso stadi più severi, con conseguente arrivo in ospedale in fasi avanzate e con malattia difficilmente trattabile. Bisogna quindi anticipare la fase più importante dell’approccio al domicilio delle persone colpite, evitando questo esodo, attualmente esistente, verso gli ospedali. Questo affollamento ospedaliero viene infatti preso dai nostri politici come ragione principale per arrivare nuovamente ad un lockdown totale. Sono pertanto i medici di medicina generale che dovrebbero avere in mano il pallino; medici aggiornati in precedenza sull’argomento, medici protetti con le soluzioni igieniche appropriate, medici edotti sui metodi diagnostici (criteri clinici e non esclusivo impiego dei poco affidabili tamponi) e sulle terapie appropriate.
Diverse terapie sono state proposte e testate in questi mesi, basate su principi diversi e valutate, evidentemente dal CTS, essere non del tutto soddisfacenti. Una di queste è la terapia con plasma derivato da soggetti che hanno contratto l’infezione ed hanno generato la reazione anticorpale. Tale reazione a livelli di IgM avviene già entro cinque giorni dal contatto mentre le IgG si alzano in un secondo tempo ma sono gli anticorpi che rimangono più a lungo. Questo principio terapeutico che fu applicato già durante la prima ondata, grazie alla lungimiranza di un collega di Mantova, è risultato essere efficace; tuttavia è rimasto a tutt’oggi poco utilizzato forse anche per la difficoltà a procurarsi il plasma da impiegare. Inoltre non è ancora chiaro quanto a lungo rimanga la risposta anticorpale nei soggetti che hanno superato la malattia; esiste la possibilità che ci si possa anche riammalare una seconda volta.
Un secondo farmaco che ha destato grande interesse e molte polemiche è l’Idrossiclorochina (utilizzabile con o senza associazione con l’antibiotico Azitromicina), sostanza ben nota da anni come antimalarico ma anche utilizzato in terapie croniche come lupus e artrite reumatoide. Tale farmaco ha l’effetto di bloccare lo sviluppo del processo infiammatorio proprio per impedire l’instaurarsi della sindrome da antifosfolipidi (Nuri E et al Long-term use of hydroxychloroquine reduces antiphospholipid antibodies levels in patients with primary antiphospholipid syndrome Immunol Res 2017;65:17-24). Da Marzo tuttavia sono usciti diversi lavori “scientifici” che hanno portato risultati sfavorevoli in termini sia di efficacia che di sicurezza. Il più grande di questi lavori, su 96.000 pazienti pubblicato da Mehra R e coll sulla prestigiosa rivista Lancet è stato poi ritrattato, a distanza di circa due settimane, perché i dati riportati erano stati probabilmente inventati a tavolino. Se andiamo a vedere altri lavori negativi su questa sostanza (costo della confezione, circa 6 euro) vediamo come sia stata somministrata o come profilassi (per non prendere la malattia) ma naturalmente non è un vaccino e non può prevenire alcunché oppure in stadi decisamente avanzati della malattia da Coronavirus, in pazienti già ospedalizzati e con patologia polmonare e sistemica conclamata, laddove è sicuramente difficile se non impossibile ottenere un risultato positivo, qualunque sia la terapia antinfiammatoria. Quando invece si è utilizzato il farmaco alle dosi appropriate (200 mg due volte al giorno), precocemente a domicilio, ai primi sintomi influenzali ed escludendo pazienti con QT lungo (controindicazione) non vi sono stati effetti indesiderati (sicurezza ottimale) e la percentuale di ospedalizzazione è stata solo del 5% (A. Capucci et al Low hospitalization rate without severe arrhythmias: a prospective survey on 350 patients early home treated with hydroxychloroquine during COVID-19 pandemic J Cardiovasc Med 2020; 21:922-23). Questi dati sono stati confermati in altri registri che sottolineano l’utilità d’impiego di questo farmaco se somministrato precocemente a domicilio. Altri presidi terapeutici come la lattoferina, sostanze come la vitamina C e D, lo Zinco, sono poi state ritenute utili per fortificare il nostro sistema immunitario rendendo meno probabile non la positività di un tampone ma l’insorgere della malattia. Quindi la patologia da Coronavirus non si deve affrontare né con il lockdown né con i tamponi indiscriminati (ormai il tracciamento è una pura chimera) ma con una diagnosi ”clinica” precoce (febbre, perdita di gusto e olfatto, astenia, dolori muscolari, cefalea, diarrea, tosse secca e dispnea a riposo etc.) eseguita dai medici di medicina generale opportunamente istruiti e mobilizzati; certi dell’esistenza di presidi farmacologici efficaci, sicuri e poco costosi. Si eviterà con questa strategia semplice, poco costosa ma purtroppo non ancora applicata, di sovraffollare i PS degli ospedali, riservando i posti di ricovero solo ai pazienti non responder alla terapia o con evoluzioni particolarmente severe. Un tale approccio inoltre non dovrà preselezionare le persone in base all’età ma tutelerà la salute di tutti secondo i principi più sani della nostra costituzione.

Prof. Alessandro Capucci
Ordinario di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare –  email: profacapucci@gmail.com

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